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Un'altra storia

                 di Riccardo Cammelli

Alexsandr Vasil’evic Suvorov fu uno dei maggiori rappresentanti dello varismo militaresco di fine Settecento, ed uno dei generali più famosi della storia russa. Rappresentò, attraverso le guerre a cui partecipò, le ambizioni storiche della Russia post-pietrina, desiderosa di guadagnarsi un posto tra le potenze europee, ed alle prese con la sua doppia vocazione euro-asiatica. Suvorov infatti partecipò alla guerra dei Sette Anni (1756-1763), poi si distinse contro la Turchia nella conquista russa della Crimea (1792), e fu il repressore dei moti polacchi del 1794. Lo zar Paolo I tuttavia non lo gradiva, e cadde dalle grazie del sovrano, che lo mise da parte. La successiva congiura di palazzo a spese dello zar (1796), e l’avvento di Alessandro I, ricondussero Suvorov per l’ultima volta in battaglia. 

La sua carriera si concluse con la campagna d’Italia e di Svizzera (1799), combattendo contro i Francesi. Sempre al servizio dell’espansionismo imperialistico zarista, il vegliardo ebbe fama presso i soldati per il suo motto “Va’ avanti e colpisci”, figlio della sua più famosa similitudine, ripresa poi dai suoi mentori ed allievi: “la palla è una vecchia pazza che non sa quel che si faccia, la baionetta è una giovine saggia e in tutto il suo vigore”. Il concetto, assai vetusto, sarebbe stato quello di preferire il più “nobile” scontro fisico alla fredda ed asettica palla di fucile, il che, visto a posteriori, fa dire che Suvorov non dimostrò certo lungimiranza in questa sfiducia verso le armi da fuoco. Nonostante a quell’epoca i moschetti non fossero certo garanzia di affidabilità e precisione, era appurato da almeno tre secoli che si dovesse andare nella direzione di tali armi, e qualcuno pensò ben oltre, dal momento che gli Inglesi sperimentarono (senza successo) i primi prototipi di razzo. In realtà non si trattava solo di convinzioni personali del generale, ma anche di una dottrina bellica praticamente adottata sino alla Seconda Guerra Mondiale (la carica alla baionetta invece dello scontro a fuoco), che intendeva spesso celare carenze logistiche enormi in fatto di dotazione di armi e di addestramento. Suvorov morì nel 1800, osannato in eterno dai suoi successori, senza poter vedere sconfitto il suo ultimo nemico Napoleone, sul quale ebbe la meglio uno dei suoi immediati posteri, Kutuzov, dal suolo russo fino all’ingresso slavo a Parigi (1812-1814). Suvorov rimase per molti il simbolo del “generale invitto”, e a ben guardare il comandante del contingente -quello russo- che costrinse i Francesi alle prime rilevanti sconfitte, segnando un’epoca di costante presenza zarista negli affari europei, con o senza la guerra. 

Tre immagini di Suvorov

A nove anni di distanza dalla vittoria di Suvorov sui Turchi, i Georgiani, minacciati dalla Grande Porta e dalla Persia, chiesero ed ottennero di divenire parte dell’impero zarista. Nei primi anni Venti del XX secolo la stessa Georgia con altre repubbliche del Caucaso, abiurato lo zarismo e divenute sovietiche, vollero divenire parte dell’URSS. Fu il momento del rampantismo georgiano all’interno della nomenklatura sovietica: mentre Stalin era già Primo Segretario del PC bolscevico, Berija iniziava con successo la sua carriera nei servizi segreti a suon di “purghe”, che lo avrebbero portato alla corte del dittatore. Quando si trattò di nuovo di affrontare una guerra, rispuntò fuori Suvorov, da qualche tempo seppellito assieme all’ancien régime autocratico zarista. Di fronte all’invasione nazista, in barba all’internazionalismo proletario, all’anti-imperialismo e all’anti-zarismo “Baffone” ripescò le vecchie glorie Suvorov, Kutuzov e il medievale Aleksandr Nevskij per elargire medaglie intitolate ai sunnominati e propagandare la difesa dell’URSS chiamando tutti alla “Grande guerra patriottica” in difesa della madrepatria, col beneplacito della Chiesa ortodossa russa. Fu così che, per esempio, il generale sovietico di origine polacca Rokossovskij ricevette, assieme a tante altre medaglie di meriti di guerra, l’onorificenza “ordine di Suvorov”, ovvero una commemorazione del generale che represse i suoi avi e il suo paese centocinquanta anni prima. E in breve tempo ancora un altro periodo di sovranità limitata attendeva i polacchi (senza remore da parte di Rokossovskij). Ma questa è un’altra storia.

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