Il disco
“My favorite things"
di Simone Ghelardi
Di
solito quando si parla di Coltrane viene naturale associarlo al monumentale
"A Love Supreme", ma per la recensione ho quasi inconsciamente pensato
subito a questo "My Favorite Things" per vari motivi. In primo luogo
è un disco sicuramente più facile per avvicinarsi al grande Trane ma allo
stesso tempo ha tutti i crismi del capolavoro senza essere un esercizio di pura
tecnica ne' un easy listening stucchevole. Inoltre è il disco di partenza del
nuovo corso coltrainiano in cui confluiscono e si mescolano al meglio tutte le
influenze e le esperienze maturate fino ad allora. Infine è il disco della
definitiva affermazione di Coltrane, l'affiatamento del quartetto messo in piedi
è esemplare, gli assolo e le partiture d'insieme scorrono precise ed ingrananti
come oliati ingranaggi di una macchina perfetta, così ben studiati e messi a
punto nei minimi particolari che quasi non si riesce a credere si tratti
d'improvvisazione.
Si
parte proprio dalla title track, my favorite things, tratta dalla colonna sonora
di "tutti insieme appassionatamente" che Trane smonta e rimonta sulla
stessa base melodica, tira, estende, stravolge e reinventa la canzoncina
stucchevole elevandola a classico assoluto. A sentirla con le sue scale modali
sembra uscire direttamente da "Kind of Blue", ma c'è già il nuovo
Coltrane: infatti nell'occasione suona il sax soprano a tratti come un flauto
indiano, dilagando in una travolgente ed emozionante improvvisazione. Il brano
ha la forza e la suggestione di un temporale estivo in cui l'incessante
martellamento del piano di McCoy Tyner batte giù le note come gocce di pioggia
su un terreno imbevuto della perfetta fusione di basso (Steve Davis) e batteria
(Elvin Jones), da brividi il sax di Coltrane ora vento impetuoso, ora zeffiro
dolce ed onirico che ricama fraseggi improvvisati dentro e fuori la linea
melodica. Così i quasi 14 minuti in cui viene trasfigurato il brano, sembrano
durare l'attimo di un sogno con il trasporto, la forza violenta e sublime che
solo i sogni hanno, uno standard che da solo vale l'acquisto del disco.

La copertina del disco
Il
secondo pezzo è Everytime We say goodbye, un classico di Cole Porter in cui
ancora una volta Coltrane usa il sax soprano, ma in maniera più tradizionale
rispetto al precedente brano, qui l'atmosfera si fa più rilassata e i toni sono
calmi e tiepidi come il torpore che avvolge un umido pomeriggio di primavera.
La batteria di Jones si fa moquette, il piano non martella più furiosamente e
il sax asseconda dolcemente la linea melodica in un declinare dolce e
struggente. Un piccolo gioiello
Il
successivo brano è una lunga e memorabile rilettura della celeberrima
Summertime. L'improvvisazione di Coltrane al sax tenore si fa meno modale e più
bop, lo spazio fra una nota e l'altra viene stipato di scale ed accordi, a
tratti impetuosamente. Anche Tyner utilizza di più gli accordi spesso però in
progressione di scale, inoltre c'è spazio anche per gli assolo di Davis e Jones.
Alla fine il risultato è piuttosto lontano dalla lettura melodica e ormai
stereotipata che si ha di solito del brano originale di Gershwin. Sgravato dal
tradizionale carico blues e reso più "cattivo" dal fraseggio di Trane,
in diversi punti il pezzo si discosta dall'orbita dell'originale e sembra
partire per la tangente in lunghe fughe di assolo. Tocca poi al sax di Coltrane
riassumere le fila e far quadrare mirabilmente i conti ricucendo il tutto con
una pulizia e una precisione da far sembrare questo il vero summertime.
Un
altro classico di Gershwin, But not for me, chiude il disco. Qui
l'interpretazione è un godibile mix di swing, bop e modale. Anche in questo
brano Coltrane suona il sax tenore, sostenuto da un brioso Tyner al piano che
con tocco leggero crea un'atmosfera apparentemente molto easy. Come sempre il
lavoro al sax di Coltrane dà spessore e profondità al brano, disegnando
labirinti sonori sulla trama ritmica, tipicamente swing, di basso, batteria e
piano. Una chiusa piacevole ed accattivante ad un disco bellissimo, un
capolavoro che fra l'altro è reperibile nella linea economica a meno di 10
euro, una dimostrazione (una volta di più) che grande musica non vuol dire
necessariamente grande prezzo. La rimasterizzazione nel rispetto dell'originale
suono Atlantic, rende ottimamente l'impasto sonoro del quartetto evidenziando
bene il sax senza mai renderlo invadente, giusta la scelta di non avere un suono
eccessivamente pulito e squillante, magari con l'uso eccessivo di pulitori
elettronici, del resto questi dischi sono stati incisi pensando alla resa
analogica e non alla dinamica chirurgica e cristallina di un cd. Una lieve
incertezza sull'immagine stereo in apertura del primo brano testimoniano proprio
la assoluta fedeltà di trasferimento dai master originali. Nel complesso un
disco da non farsi sfuggire, consigliato caldamente a chi inizia a conoscere il
jazz ma anche a chi non piace il jazz, ma è ugualmente un amante della buona
musica senza limitazioni di generi, stili ed epoche.
Scrivi
a Simone: ghelardi@hotmail.com